Amarga Navidad
(recensione a cura di Eleonora Mazzeo)
Amarga Navidad osserva il desiderio umano di dare forma al caos e, allo stesso tempo, ne mostra il fallimento. Lo fa attraverso una fotografia di prevalenti colori primari che rendono il reale nitido e artificiale. Mostra un umorismo intermittente che incrina il dramma ma non lo scioglie mai. Al centro si muove Elsa, figura instabile, attraversata da un’ansia che non trova mai vera elaborazione. Il lutto che la abita è una perdita che non si chiude, e che proprio per questo produce deviazione e fuga.
Elsa aggira il suo vuoto senza affrontarlo, si distrae con una relazione, apparentemente perfetta, che però non può salvarla, e con gesti che imitano la premura senza mai raggiungerla davvero. Prima Bonifacio, poi il progetto illusorio di redimere le vite delle sue amiche. Ogni tentativo di salvezza è anche una forma, per Elsa, di rimozione dalla sua stessa vita. Ogni gesto empatico contiene una fuga dal proprio centro. Parallelamente, la figura di Raúl, presenta il gesto creativo come atto d’amore verso il reale, ma la sua si rivela presto come un’operazione di appropriazione. Trasformare una vita vissuta in materiale narrativo significa anche tradirla: riscriverla secondo un ordine che consola chi scrive, e non chi viene scritto. Diventa davvero interessante quando mostra quanto sia facile estetizzare, possedere, e rendere racconto il dolore, per quanto sia più difficile lasciare che resti incompiuto. In Amarga Navidad, Almodóvar ci mostra non una storia, ma l’atto creativo: La barra del cursore lampeggia sullo schermo e aspetta una lettera, poi Natalia ed Elsa ci guardano, nell’ultima scena, come se si sapessero fittizie, e attendono un controcampo che non arriva. Alla fine resta una sensazione semplice e scomoda: che raccontare qualcosa significhi sempre, in parte, perderla.

Comments