LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO
Per il 50° ANNIVERSARIO in 4K in versione restaurata
AL CINEMA IN TUTTA ITALIA DA LUNEDI’ 13 LUGLIO
Torna al cinema un vero capolavoro dell’Horror made in Italy, anche se definito nel genere giallo, come leggerete in seguito, personalmente lo considero in realtà un vero Horror capace di insinuarsi e creare anche al termine della visione un forte grado di angoscia. Se non l’avete mai visto è una occasione unica, chi vi scrive questa nota di cappello, vi assicura che dopo accenderete tutte le luci quando tornerete casa. Se lo avete visto ma volete spaventare a morte un’amico o amica decisamente consigliato, il coinvolgimento della sala cinematografica è il massimo, al contrario di guardarlo in tv su un supporto o tramite una piattaforma. In fondo al pezzo trovate l’elenco delle sale.
Roberto Leofrigio
La storia
Stefano, un giovane restauratore, viene incaricato di riportare alla luce un macabro affresco in un isolato paese della bassa padana: il dipinto, opera di un artista morto suicida anni prima, raffigura il martirio di San Sebastiano tra le braccia di due donne dalle sembianze mostruose. Mentre il restauro procede, Stefano si ritrova avvolto in un’atmosfera di omertà e terrore, scoprendo che dietro i colori di quel muro si nasconde un segreto sanguinario che la comunità tenta disperatamente di proteggere.
Film tra i più rappresentativi del giallo italiano, La casa dalle finestre che ridono brilla di luce propria grazie alla carica personalissima che Avati infonde al racconto, andando a creare atmosfere tanto legate al reale quanto sospese nell’incubo. La sua è una favola rurale nera e spietata, dove convivono tensione e mistero, e in cui sono gli elementi più naturali e semplici a pulsare di terrore e raccapriccio. Ad Avati non occorre l’artificio e non serve il “gioco” del thriller: sono i paesaggi, i dettagli e le personalità deviate della provincia senza speranza a tessere la tela senza scampo in cui Lino Capolicchio si ritrova intrappolato e in cui angoscia e orrore finiscono col corrispondere con il semplice quotidiano.
Tra simbolismi artistici e religiosi e un crescente senso di claustrofobia, è attraverso questa spontaneità che ci ritroviamo a non poter fidarci più di nessuno. Il delta del Po diventa i confini del mondo, ed è in pieno sole, davanti a cieli smisurati e a un orizzonte piatto, che brilla l’oppressione di un mondo popolato di personaggi malsani, rinchiusi in un passato moribondo – tra ville diroccate, reticenze e perversioni – che al contempo, per come Avati riesce a raccontarne le viscere, ci arriva genuino e ripugnante allo stesso tempo.
Avati, senza mai sovraccaricare, ci fa scivolare in questa depravazione collettiva e sociale. Proprio come i nastri deliranti del suo pittore parlano di colori che sgorgano dalle vene, i frammenti de La casa dalle finestre che ridono, scena dopo scena, è come se si impossessassero dell’aria che respiriamo, come un incantesimo fatto degli essenziali e piccoli – malsani, crudeli, disperati – sospiri di un’ordinaria arretratezza, tanto vicina quanto infernale.
La produzione
Originariamente concepito all’inizio degli anni ‘70 col titolo La luce dell’ultimo piano, il film – e soprattutto il suo colpo di scena principale – trae spunto da una vicenda macabra e autobiografica di Pupi Avati vissuta durante l’infanzia, in base alla quale sua zia inventò uno spauracchio, uno di quelli da lugubre saluto della buonanotte. Fu però solo dopo il fallimento al box office di Bordella, commedia grottesca e satirica partita benissimo ma immediatamente sequestrata dalla censura per oltraggio al pudore e oscenità, che Pupi e Antonio Avati insieme ai sodali Gianni Cavina e Maurizio Costanzo si misero a lavorare su La casa dalle finestre che ridono.
Con un budget ridotto all’osso (150 milioni di lire: pochissimi all’epoca, insignificanti oggi) e una troupe ridotta di una dozzina di persone, il film viene girato nella primavera del 1976 in totale indipendenza e in location reali. Nel film nulla è ricostruito, e casolari, pianura e canali non fanno solo da sfondo ma contribuiscono a creare quel respiro autentico e torbido che riecheggerà anche nella successiva produzione di Avati anche non horror. Il film uscirà nelle sale italiane il 16 agosto dello stesso anno e incasserà più di 700 milioni di lire, rivelandosi un successo di pubblico a cui farà seguito una continua riscoperta a livello internazionale, portandolo a venir considerato uno dei migliori esempi di giallo italiano.
Note della Regia
“È una storia di matti, fino a ieri ho raccontato matti innocui, fantastici, che odoravano di buono. Qui ho raccontato invece una delle seicento storie della terra nostra, inventata lì per lì, col solo intento di spaventare. E spaventare, allora, ti parlo di quando ero bambino, era modo di educare.”
Pupi Avati
Note Finali
Cosa rende La casa dalle finestre che ridono diverso dagli altri film del giallo italiano?
Prima di tutto, il suo autore. Tra i grandi registi, Pupi Avati si distingue da chi i generi li affrontava e limava in modo squisitamente formale e chi, come Fulci o Argento, li smontava e riscriveva, per come il suo attraversarli per raccontarsi e raccontare umanamente.
Proprio con questo film che arriva il suo cambio di passo, la virata verso un cinema meno legato a determinati meccanismi realizzativi – il grottesco, la satira, il genere – e maggiormente inclini all’introspezione, al ritratto umano, allo scorrere e allo scavare nelle contraddizioni dei sentimenti e delle sensazioni immediate. Cosa che qui già avviene pienamente, con lo sguardo di Avati che volge definitivamente a ciò che è vicino, semplice e tangibile per coglierne la favola di ogni contraddizione e dettaglio, orripilante o armonico che sia. Il suo cinema è qui che inizia a tessere quelle atmosfere da confessione intima e di racconto privato, siano essi chiacchiere tra amici o incubi infantili.
Se già vi erano stati altri gialli/horror “rurali” (con capolavori come il demonio di Brunello Rondi e Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci), con La casa dalle finestre che ridono troviamo la massima espressione di quanto la vita di provincia, con la sua tendenza all’isolamento e le sue atrocità, possa essere rappresentata praticamente senza filtri, con immagini e atmosfere in cui l’inganno e il mistero riesco a pulsare anche in pieno sole, nella pianura, in un muro scrostato, senza che la macchina da presa debba impossessarsi di quelle immagini, ma semplicemente accompagnandole quasi con gentilezza.
La stessa gentilezza del gotico, che qui diventa “padano”, ma senza che l’oscurità debba venir rimarcata.
Con la sua apparente semplicità oscillante tra l’asciutto e l’affascinato, l’immediato e il torbido, La casa dalle finestre che ridono ci regala un rapporto col mistero carnale e diretto, in una apparente linearità in cui sprofondare e perdersi, senza che nessuno artefatto sia necessario. Se ogni indagine è un labirinto, ora ogni luogo è pura tensione, polmoni, passi incerti.
Siamo lontani dalle estasi di Argento e i suoi paradisi di sangue o dai tormenti di Fulci e i suoi inferni liberatori. Siamo con i piedi piantati per terra, propriamente nel nostro corpo e in esso sprofondiamo, in una realismo raccapricciante senza scampo né redenzione, condannato a rimanere sporco e insieme vivo.
La casa dalle finestre che ridono non sfoggia meccanismi, non scuoia lo spettatore, non ha bisogno di metterlo davanti a un isolamento forzato, faccia a faccia con l’orco.
Piuttosto, ne tagliuzza lo sguardo fino a farlo sanguinare senza che quasi se ne accorga, giocando con i particolari più semplici e immediati fino a farli echeggiare raccapriccianti, fin dal titolo, capace rendere arcano l’appaiamento di due elementi tendenzialmente positivi, risvegliando da subito una sorta di perversione congenita.
In tutto ciò, la deformità fisica è solo il sipario di quella mentale, della depravazione covata nel bisbiglio dell’isolamento, della lontananza, della reticenza. Pupi Avati decompone il thriller e l’horror cristallizzando i dettagli di ciò che racconta: è già Twin Peaks e il true crime, è quel mostro innato che viene fatto germogliare scena dopo scena.
Distribuzione: CG Entertainment in collaborazione con Cat People

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