Mother Mary
(recensione a cura di Roberta Manfredi)
Mother Mary, parliamoci chiaro: il titolo Mother Mary non è casuale. Vuole subito farti pensare a Madonna, la regina indiscussa del pop, ma la protagonista che vediamo sullo schermo è una popstar iconica (interpretata da un’Anne Hathaway in versione dark-diva) che sta toccando il fondo.
È fragile, distrutta e pronta al grande comeback. Per prepararsi a questo ritorno, va a bussare alla porta della sua ex migliore amica Sam, interpretata da una strepitosa Michaela Coel (Black Panther: Wakanda Forever). Sam è diventata una costumista di grido e nel suo laboratorio dovrà creare l’abito perfetto per il rientro trionfale della star. Da questo presupposto parte un film che, per quasi due ore, si riduce essenzialmente a una lunga, intensissima conversazione tra queste due donne. Niente action, niente montaggio frenetico. Solo loro due, un laboratorio chiuso, tanti scheletri nell’armadio e sentimenti mai davvero sopiti. Tradimento, gelosia, amore, risentimento: tutto torna a galla mentre l’abito prende forma. E sì, c’è anche una fortissima tensione omoerotica che Lowery non nasconde. Dal punto di vista visivo il film è spesso splendido. Ci sono inserti coloratissimi quasi da videoclip musicale che mostrano tutta la cura estetica di David Lowery. Ma la vera natura di Mother Mary è teatrale. Un chamber drama lento, lentissimo, che a metà strada decide di girare a sinistra e buttarsi a capofitto nel soprannaturale: sedute spiritiche, allucinazioni, derive di body horror e atmosfere che a tratti ricordano Polanski. Hathaway e Coel sono bravissime, questo va detto. Reggono sulle spalle tutto il film con performance intense e sfaccettate. Peccato che la regia di Lowery, per quanto autoriale, finisca per soffocare il tutto in un ritmo soffocante e in una verbosità esasperante. Alla fine Mother Mary vuole essere una grande allegoria sulla depressione, sulla fama che divora, sul rapporto creativo distruttivo e sulla possibilità (o impossibilità) di rinascita. Però risulta pretenzioso e confuso. Le metafore si accavallano, i simboli si moltiplicano, ma le emozioni faticano ad arrivare davvero allo spettatore. Verdetto finale: un film ambizioso e stilisticamente coraggioso, sostenuto da due attrici eccellenti, ma che alla fine si perde nella sua stessa pretenziosità. Bello da vedere, pesante da digerire. Lo consigliamo solo se ami il cinema lento, teatrale e metaforico. Altrimenti rischi di uscire dalla sala più depresso della protagonista.

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