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Backrooms, l’incubo di Internet o di Kane Parsons?

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Backrooms

(recensione a cura di Sara Gentili)

Le Backrooms sono un fenomeno Internet nato nei primi anni del duemila e venti: labirinti di uffici extra dimensionali vuoti e infiniti, stanze color giallo canarino che sembrano non finire mai, abitate da creature ostili. Sono creepypasta, ovvero leggende metropolitane digitali pensate per terrorizzare il web.

Da qui parte il film di Kane Parsons, esordio alla regia, con un cast solido che include Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve entrambi candidati all’oscar.

L’inizio funziona: anni 90, filmati in VHS dell’epoca vengono frammentati da un uomo che scappa tra corridoi allucinati, atmosfera da incubo autentico, cerca aiuto ma una creatura misteriosa lo trova prima. Poi arriva Clark (Chiwetel Ejiofor) è un architetto fallito, appena divorziato, il suo negozio di mobili va male, insomma è in piena crisi di mezza età.

L’uomo vede regolarmente la psicologa Mary (Renate Reinsve) e con lei cerca di capire cosa non funziona nella sua vita. Una sera Clark nota uno strano sfarfallio delle luci, sceso nel seminterrato per controllare il quadro elettrico si accorge di un varco nella parete. Quel varco porta nelle Backrooms, Clark lo attraversa e si ritrova negli stessi ambienti che avevamo visto all’inizio. Nonostante i rumori sinistri a Clark quelle stanze inquietanti non lo spaventano più di tanto, anzi si mette in testa di mapparle. Lui è talmente convinto della sua scoperta da parlarne con Mary, ma la reazione distaccata della donna lo fa esplodere in una crisi di rabbia. Mary è alquanto scettica del racconto di Clark, ma cambia idea quando l’uomo sparisce e decide di indagare.

La prima metà è genuinamente inquietante. Il problema è la seconda. Parsons decide di alzare il tiro intellettualmente, le Backrooms diventano metafora degli stati interiori umani, le creature deformi riflessi rotti di noi stessi. L’idea non è sbagliata, ma l’esecuzione arranca. Il film perde ritmo, il racconto si sfrangia, il finale volutamente aperto suona più come indecisione che come coraggio.

Un’opera ambiziosa che non riesce del tutto ad arrivare dove voleva.

 

 

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