Iron Maiden: Burning Ambition
(recensione a cura di Sara Gentili)
Ci sono documentari musicali che si perdono nel gossip, nell’aneddoto pruriginoso, nello scandalo costruito ad arte per fare clamore.
Iron Maiden: Burning Ambition non è uno di questi.
E già solo per questo merita rispetto. Il documentario ripercorre cinquant’anni di carriera di una delle band metal più iconiche della storia, dagli esordi londinesi del 1975 fino ai giorni nostri, con una disciplina narrativa rara: niente scandali, niente pettegolezzi, solo i fatti, solo la musica, solo la storia.
Tutto comincia con Steve Harris, bassista e anima fondatrice degli Iron Maiden, che negli anni settanta inizia a costruire mattone su mattone quello che diventerà uno dei progetti heavy metal più longevi e influenti del mondo.
Il documentario segue con attenzione questo periodo fondativo, mostrando come la band si forma e si trasforma in un ambiente musicale che, agli inizi degli anni ottanta, li consideravano quasi degli alieni.
Le radio non li trasmettevano, li ritenevano troppo estremi, troppo difficili da collocare, eppure il pubblico li cercava, li seguiva, li amava. Un paradosso che il film racconta con onestà. Il successo degli Iron Maiden è stato costruito contro il sistema, non grazie ad esso. La prima fase della band include il controverso Paul Di’Anno alla voce, la cui storia viene affrontata senza moralismi ma con chiarezza, i suoi problemi con la droga portano inevitabilmente alla rottura, aprendo la strada a uno dei momenti più decisivi nella storia della band. L’ingresso di Bruce Dickinson è raccontato come la svolta che è stata.
Con lui gli Iron Maiden esplodono negli anni ottanta, diventando una forza globale. Gli anni d’oro sono documentati attraverso filmati d’epoca che ancora oggi trasmettono energia. È in questo periodo che nasce e cresce Eddie, la celebre mascotte della band, nata quasi per caso come semplice elemento scenografico, diventa nel tempo il simbolo per eccellenza degli Iron Maiden, un’icona culturale riconoscibile in tutto il mondo.
Poi arriva la stanchezza, anni e anni di tournée devastanti, una pressione che non lascia respiro. Uno dei momenti più toccanti del documentario è quando Bruce Dickinson confida al manager di non farcela più con queste parole “La voce non la puoi riaccordare”.
Come dicevamo Iron Maiden: Burning Ambition parla di cinquant’anni di carriera, quindi si parla della comparsa di Blaze Bayley al microfono, e del ritorno di Bruce insomma non manca niente, anzi possiamo anche scoprire che è il loro pilota personale. Una delle scelte più riuscite del film è quella di intrecciare la storia della band con le voci dei fan. Non solo critici musicali, ma persone comuni di generazioni e provenienze diverse, che raccontano cosa significhino gli Iron Maiden nella loro vita. Tra questi volti appaiono anche nomi noti come: Javier Bardem, Tom morello e Lars Ulrich, tutti a testimoniare l’influenza sconfinata di una band che ha attraversato decenni senza mai perdere la propria identità.

Comments