Street Fighter
(a cura di Sara Gentili)
Street Fighter è ispirato al celebre picchiaduro degli anni 90 della Capcom (la stessa di Resident Evil).
Il film di Kitao Sakurai è totalmente slegato dagli altri adattamenti, compreso quello più noto del 1994 Street Fighter – Sfida finale (con Jean-Claude Van Damme, Raúl Juliá e Kylie Minogue). Non serve aver visto i precedenti, questo è un reboot a sé stante. Ryu (Andrew Koji) e Ken Masters (Noah Centineo) sono cresciuti come fratelli da Gouken il loro maestro di
arti marziali.
Dopo il primo World Warrior Tournament, vinto da Ryu, le loro strade si dividono. Con la morte avvenuta in circostanze misteriose di Gouken, Ken si ritrova completamente solo e in un limbo, combatte più per gioco che per cero calore.
Quando la misteriosa Chun-Li prova a rintracciare entrambi, per il secondo torneo di World Warrior Tournament, voluto fortemente da M. Bison (David Dastmalchian), tutto è destinato a cambiare.
Riportare in auge un titolo così popolare era un’operazione rischiosa. Il pericolo era scivolare nel cliché, nella superficialità o in un kitsch involontariamente ridicolo.
Street Fighter Invece trova l’equilibrio giusto. Il tono è demenziale il giusto, ironico e con una estetica pop che richiama il videogioco. I combattimenti, cuore dell’opera, sono numerosi, ben realizzati e divertenti.
La regia di Sakurai è adrenalinica e gestisce con efficacia i vari piani temporali e i flashback, arricchiti da belle sequenze in animazione 2D.
Il M. Bison di Dastmalchian è una versione volutamente ironica del classico cattivo, una gustosa parodia dei dittatori che sognano di conquistare il mondo. Nel cast spiccano anche Jason Momoa nel ruolo di Blanka e 50 Cent in quelli di Balrog Street Fighter è un film che funziona, perché mette insieme bene tutti i suoi ingredienti. Non deluderà i fan storici e potrebbe conquistarne di nuovi.

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