Venezia 76: J’Accuse, il ruggito di Roman Polański | Recensione

Agosto 31, 2019 di Roberto Leofrigio

Venezia 76, J’Accuse si candida già per un Leone con il film che possiamo definire senza mezzi termini uno dei migliori del regista.

Lasciando da parte le polemiche scatenate il giorno prima  su un episodio della vita del regista, poco edificante, per il quale ha già chiesto scusa in passato, ricevendo anche il perdono dalla “vittima”, ma che è stato sollevato dalla presidente di giuria del festival Lucrecia Martel, che ha detto che non avrebbe applaudito il film del regista. Ma il destino ha voluto che si trovasse esattamente di fronte a chi vi scrive e posso confermare che a fine proiezione un veloce e timido applauso è stato accennato nel buio della sala. Sapremo solo alla fine del festival se veramente arriverà un Leone per questa pellicola. Venendo al film, la storia che ha scelto Polański , è un biopic a dir poco iperdettagliato, una ricostruzione quasi maniacale di un episodio storico.

J'accuse

Il 22 dicembre del 1894 l’ufficiale d’artiglieria dello Stato Maggiore Francese Alfred Dreyfus (alsaziano di origine ebrea) viene condannato per aver passato informazioni riservate ad agenti dell’esercito imperiale tedesco. La prova che incastra l’ufficiale è  una lettera indirizzata all’addetto militare tedesco, nella quale si parla di rifornimenti, schieramenti di truppe nell’area coloniale, innovazioni tecnologiche.

Ricco, di famiglia benestante, patriota, sposato e con figli,  non si comprende i motivi  del tradimento, ma subito dopo il suo arresto, in un paese ancora scosso dalla sconfitta nella guerra franco-prussiana del 1871 pochi anni prima, vede subito iniziare una campagna da parte della stampa di estrema destra razzista e xenofoba,  parla di tradimento ebraico e del complotto della internazionale ebraica.

Dopo la sua condanna l’ufficiale viene degradato degradato con disonore, e inviato nella terribile Isola del Diavolo, una colonia penale nella Guyana francese dove subirà un pesante trattamento che ne fiaccherà la salute. Il colonnello George Piquart, nuovo capo dello spionaggio militare, non è molto convinto  della colpevolezza  ed inizia una indagine che lo porterà di fronte al fatto che  il Capitano Dreyfus è solo la  vittima di un complotto. Un complotto che il colonnello cercherà di svelare, arrivando fino ai vertici del comando dell’esercito francese , rischiando in prima persona la sua carriera e il suo prestigio per scoprire finalmente la verità.

J’accuse come dice il titolo  ci riporta al pezzo uscito  del giornale L’Aurore, che pubblicò un articolo dello scrittore Émile Zola; si trattava di una lettera aperta al presidente della Repubblica francese Félix Faure, suggestivamente intitolata J’accuse: una denuncia dell’arbitrio giudiziario e della manipolazione dell’informazione.

J'accuse

La scelta di Polański nello scegliere questa vicenda della tormentata Terza Repubblica Francese, nota nei libri di storia come  L’Affaire Dreyfus, che ci riporta alle origini di una xenofobia e antisemitismo presente nelle classi dominanti, ma anche nella popolazione analfabeta , un qualcosa che troverà tragiche conferme nella seconda guerra mondiale dove i figli di Dreyfus finiranno nei campi di concentramento, ma la vicenda se rapportata ai giorni nostri e forse alla storia dello stesso Polański, messo di nuovo all’indice per una vicenda che risale al lontano 1977,risulta essere decisamente attualmente. Le scelte cinematografiche del regista sono quelle di un grande autore, niente film in lingua inglese, ma giustamente in francese, cast stellare con :Louis Garrel, Jean Dujardin, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, Mathieu Amalric, Olivier Gourmet, Luca Barbareschi (nelle vesti anche di produttore) e Melvil Poupaud , che seguono con ritmo perfetto la sceneggiatura, e si calano nella parte in modo totale. Il team del regista si avvale dei migliori professionisti del settore con la magnifica fotografia di Pawel Edelman le musiche di Alexandre Desplat  e ricrea alla perfezione  Belle Époque con tanti riferimenti anche di dipinti di noti autori, grazie ai costumi di Pascaline Chavanne e alla scenografia di Jean Rebasse . In definitiva un gioiello da parte del maestro, un vero e proprio regalo cinematografico a dispetto di tante voci e cattiverie, dovute ad un momento di debolezza e ai fumi dell’alcool.  Nessuno vuole giustificare l’episodio, ma forse come il suo protagonista inviarlo per dieci anni all’isola del diavolo non è servito affatto a fiaccare la sua innocenza, nel nostro caso Polański rivendica a suo volta il diritto, dopo aver pagato il suo errore, di poter essere libero di fare film e sinceramente sarebbe bello vederlo apparire su una gondola a Venezia.


 

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