The Irishman: Recensione del capolavoro crepuscolare di Scorsese | Festa del Cinema di Roma

Ottobre 21, 2019 di Thomas Cardinali

Martin Scorsese ci regala con “The Irishman” il suo film più crepuscolare, quasi un testamento per un artista che ci ha regalato autentici capolavori del genere gangster. La recensione dalla Festa del Cinema di Roma.

“The Irishman” è il percorso della vita secondo Martin Scorsese, che come altri  grandi registi e come già aveva fatto nella sua carriera come ad esempio in “The Wolf of Wall Street” e The Aviator” sceglie di  raccontare una grande storia americana e di renderla universale con un messaggio estremamente contemporaneo. In “The Irishman”, nelle sale italiane grazie a Cineteca di Bologna e in tutto il mondo su Netflix dal 27 novembre dopo questo passaggio alla Festa del Cinema di Roma, c’è la reunion con Robert De Niro. Scorsese e Bob hanno unito le loro carriere in modo indissolubile e, nel film più crepuscolare del regista italoamericano, tornano insieme come due vecchi amici. Lo fanno proprio nel genere che li ha resi eterni in “Quei Bravi Ragazzi” e con loro riportano Joe Pesci, qui immenso come e quanto il più quotato collega. A loro due aggiungiamo un Al Pacino in una delle migliori interpretazioni di una carriera immensa e avrete quello che, non fatichiamo senza dubbio a definirlo tale, il film dell’anno.

The Irishman, ovvero come rendere trine tre leggende

Robert De Niro ringiovanisce e invecchia in “The Irishman”

Probabilmente però “The Irishman” va anche oltre la semplice bellezza cinematografica di un’opera visivamente e narrativamente entusiasmante, ma diventa il vessillo della nuova frontiera di Netflix che abbatte definitivamente le barriere molto più di come aveva fatto Roma. Martin Scorsese, il più puro dei difensori della sala, ha stretto un “compromesso storico” e ricevuto da Netflix i 160 milioni di dollari necessari a produrre il suo film più ambizioso di sempre. Il cineasta ha ripagato il servizio streaming e il mondo cinefilo superando i confini del tempo e permettendo a Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci di ringiovanire raccontando l’intero arco della vita dei loro personaggi. Nessuno avrebbe potuto interpretare questi mostri sacri da giovani, pertanto Martin Scorsese ha scelto di spendere un extra budget per ovviare il problema.

La CGI dunque per la prima volta è al servizio della narrazione e non della visione, una novità per chi gode dei blockbuster contemporanei e che dimostra come un grande budget possa essere speso per qualcosa di superiore alle mere esplosioni e al green screen. “The Irishman”  infatti è frutto anche della sceneggiatura di Steven Zaillian, che adatta l’omonimo libro inchiesta di Charles Brandt in modo sublime e mette in cassaforte un altro Oscar. L’accoppiata della sua  scrittura con la regia di Martin Scorsese messa al servizio di questo incredibile cast regala oltre 3 ore e mezza in cui lo spettatore resta incollato allo schermo nonostante la storia di Frank Sheeran sia già nota.

L’irlandese, l’unico non italiano presente tra i criminali più potenti dell’epoca, è il grande protagonista. Robert De Niro fa suo il personaggio e regala una interpretazione ai livelli di “Taxi Driver” e “Toro Scatenato”, sintomo che la collaborazione artistica con l’amico di una vita lo faccia rendere al meglio. Naturalmente la presenza di Joe Pesci, Al Pacino, Harvey Keitel e gli altri grandi attori del cast sembra quasi spostare per inerzia verso l’alto asticella spingendo ognuno a dare il massimo superando i limiti regalandoci un raro esempio di come  tante prime donne possano coesistere se guidate nel modo corretto. Le scene tra  Bob e Al sono pura poesia, con un feeling incredibile che solo in pochi possono avere come in uno dei loro due ultimi dialoghi che racchiude l’intera essenza del messaggio del film. “Non possono farlo” dice Jimmy Hoffa, ma in realtà nessuno è intoccabile in questa epopea criminale.

Frank Sheeran e Jimmy Hoffa, la malinconia del crepuscolo che arriva per tutti

La storia è avvincente, narrata in modo  sublime, con il plauso a Martin Scorsese di non farci mai protendere dalla parte di questi criminali come invece tendono sempre più spesso a fare i moderni crime movie. Frank Sheeran e Jimmy Hoffa sono dei veri criminali pronti a tutto, perché deve “essere quel che è”.  La differenza però è che il primo non si pente mai, mentre il secondo nonostante il suo delinquere è un personaggio amatissimo e presidente del sindacato più importante che l’America abbia mai avuto. Aiutava e sosteneva chi gli dava i voti, aveva un progetto non solo delinquenziale. Un criminale dunque amato da tutti, che però tutti hanno dimenticato al giorno d’oggi. Possibile che l’uomo più potente dopo il presidente Kennedy non sia riconosciuto dopo appena 30 anni dalla morte dalla maggior parte degli americani? In questo il film di Martin Scorsese è straordinario, perché riesce a mostrare che, nonostante quanto puoi essere importante, nella morte sei esattamente come tutti gli altri.

 

La malinconia che accompagna il crepuscolo della carriera criminale di Frank Sheeran e amici è quella di uomini che si sono fatti da soli, che hanno fatto tutto il necessario per arrivare, ma che alla fine si ritrovano soli e abbandonati. Il percorso della vita ha un’ascesa, un assestamento e irrimediabilmente un crepuscolo che ognuno sceglie come affrontare. Frank Sheeran lo ha fatto senza pentimento, ma permettendoci di scoprire alcuni dei più grandi misteri della storia americana e permettendo di conseguenza al pubblico di goderne sul grande schermo. Un film di grande tristezza, un racconto epico che nella carriera di Martin Scorsese si incastona alla perfezione. The Irishman mostra come a 76 anni questo maestro, forse l’unico a non aver mai sbagliato un film nella sua carriera, sia uno dei pochi in grado di innovare e guardare al futuro cogliendo dal passato  senza limitarsi alla mera copia carbone di quanto già visto.

Lo abbiamo aspettato per tanti anni, ora possiamo dire che “The Irishman” è valso ogni secondo di questa attesa. Martin Scorsese può già preparare lo smoking buono perché lo aspetta una award season piena di soddisfazioni.

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