sabato , 24 Agosto 2019
Berlinale 2019: un’edizione di passaggio. Di consegne

Berlinale 2019: un’edizione di passaggio. Di consegne

Quasi cinque milioni di biglietti venduti, circa 7000 film proiettati, 164 premi consegnati. Questo è il bilancio non della sola sessantanovesima edizione della Berlinale (che ha comunque venduto quasi 350.000 biglietti), ma di tutta la gestione di Dieter Kosslick, direttore uscente della manifestazione tedesca che ha curato diciotto edizioni in totale, dal 2002 al 2019.

Quasi due decenni durante i quali il festival è cresciuto, forse anche troppo (il programma complessivo è di circa 400 film), affermandosi come la più importante kermesse cinematografica aperta al pubblico. Una gestione di alti e bassi, come ha ricordato lo stesso Kosslick in un’intervista concessa a Variety: si rischiò l’incidente diplomatico quando invitò Fidel Castro ad accompagnare il documentario Comandante di Oliver Stone, e nel 2004 il film d’apertura fu Ritorno a Cold Mountain, i cui tre interpreti principali (Nicole Kidman, Jude Law e Renee Zellweger) non presenziarono sul red carpet. Ma non sono mancati i momenti da antologia, come l’Orso d’Oro a La sposa turca che consacrò Fatih Akin a livello internazionale, o Aki Kaurismäki che, ritirando il premio per la regia nel 2017, lo maneggiò come se fosse un microfono. Dopo quasi vent’anni, Kosslick, il suo immancabile cappello e la sua padronanza creativa della lingua inglese lasciano il festival; dal primo giugno inizierà ufficialmente una nuova era, con la direzione artistica dell’italiano Carlo Chatrian, reduce da sei edizioni del Locarno Film Festival. 

Palmarès nella media 

Come da copione, il palmarès ha tenuto conto della politica e non solo del cinema, assegnando il premio principale a Synonyms, che critica apertamente Israele tramite le esperienze di un giovane che si trasferisce a Parigi; Roberto Saviano, uno dei tre premiati per la sceneggiatura de La paranza dei bambini, basato sul suo romanzo, ha dedicato il riconoscimento alle ONG; ed entrambi i premi per gli attori sono andati alla coppia centrale di So Long, My Son, il ritratto amaro di tre decenni di Storia cinese. Il contentino tedesco è stato l’Orso per la regia, assegnato ad Angela Shanelec, mentre il Premio Alfred Bauer, per l’innovazione cinematografica, continua ad essere il più bizzarro dei riconoscimenti festivalieri: cosa c’è di veramente nuovo in System Crasher, l’altro film teutonico in concorso, incentrato su una bambina problematica? In altre parole, dei premi perfettamente nella media, al termine di un’edizione nella media: qualche perla, un pugno di delusioni cocenti, tanto materiale sufficiente o tutt’al più discreto.

Questo almeno per quanto riguarda la nostra esperienza, poiché con 400 film a disposizione, le scelte si fanno talvolta difficili. L’edizione 2020, che si svolgerà dal 20 febbraio al primo marzo, e segnerà il settantesimo anniversario della kermesse, sarà in grado di offrire qualcosa di diverso? La risposta, come sempre, nel cuore della capitale tedesca, tra un anno. 

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