Living With Yourself: È così difficile amare se stessi? | Recensione

Ottobre 20, 2019 di Cynthia Fiorillo

Living With Yourself

Living With Yourself è una nuova commedia surreale e fantascientifica che vede come protagonista Paul Rudd, anzi un doppio Paul Rudd. La storia nasce da un fortuito incidente per cui il malaugurato protagonista, depresso e sommerso dalla quotidianità, dal lavoro e da un rapporto che non è più quello dei magici inizi, viene clonato. Da qui inizia un susseguirsi di azioni e reazioni, ma soprattutto riflessioni sul senso stesso della vita.

Cosa succederebbe se potessimo essere realmente consapevoli che la parte migliore di noi è nascosta dietro l’angolo pronta a prendere possesso della nostra stessa vita?

Protagonista di Living With Yourself è un incredibile e brillante Paul Rudd. L’attore riesce a convogliare la sua simpatia, la sua massiccia dose di carisma e la sua bravura tutti insieme nella caratterizzazione del personaggio di Miles – e del suo clone o alter ego.

Living With Yourself

In questo nuovo originale Netflix, Miles è un uomo frustrato, vede la sua vita passargli davanti ed ormai sembra non importargli più nulla. Almeno finché, guardandosi intorno capisce di essere rimasto un passo indietro agli altri, ma che è possibile “rinascere”. Da qui arriva la decisione di voler riprendere il controllo delle sue azioni ed essere felice. Incoraggiato da un collega che sembra aver ricevuto uno slancio vitale grazie ad una seduta in una miracolosa SPA, vi si reca anch’egli per una rigenerazione emotiva.

Miles prende i soldi che lui e sua moglie stavano risparmiando e li consegna a questa strana ed inquietante SPA che promette di ricostruire il suo DNA e di portare alla luce “la parte migliore di sé”. Purtroppo questo aspetto è da prendere più alla lettera di quanto si potesse immaginare: l’illegale operazione compiuta è una clonazione. Generalmente, però, la versione originale viene sepolta ed al mondo resta solo l’ignara versione bis. Ma non è questo il nostro caso: Miles si sveglia seppellito nel bosco in una fossa poco profonda e, una volta riuscito a tornare a casa, trova un altro uomo nel suo letto, un altro lui!

Living With Yourself: I punti forti

Il susseguirsi di azioni è ripreso e riproposto da un nuovo punto di vista. Esploriamo i sentimenti di Miles e del suo alter ego. Vediamo in contrapposizione questi due protagonisti che apparentemente sembrano molto diversi, ma che in realtà si somigliano molto. Non a caso sono due versioni dello stesso individuo.

In un primissimo momento dopo la scoperta che in realtà esistono due Miles, uno rivuole la sua vita e l’altro sembrerebbe aver vinto la lotteria della vita. Ha la possibilità di fuggire dalle incombenze quotidiane e viaggiare con la carta di credito dell’altro sé. Il tutto si capovolge quando si scopre che il nuovo Miles ha delle idee geniali a lavoro e così prenderà il posto del suo alter ego lasciando l’altro libero di coltivare le sue passioni. Entrambi i due casi sembrerebbero i desideri di chiunque di noi. Chi almeno una volta non ha desiderato avere un clone che potesse svolgere tutte le estenuanti incombenze, mentre noi siamo liberi di fare qualunque cosa ci aggrada?

Questa situazione dura così poco e peraltro non è neanche realistica. Entrambi si trovano a combattere per l’unico posto a disposizione nel mondo nei panni di Miles. Una lotta che è presentata come una partita a tennis con annessi focus sull’andata ed il ritorno – in questo caso sulle emozioni e le azioni delle due facce di Miles.

La versione migliore di noi stessi ci spaventa. Se da un lato ne siamo profondamente attratti dall’altro siamo inconsciamente bloccati nel nostro stato di esseri imperfetti. Living With Yourself ci mostra che questo stato è normale ma che allo stesso tempo non dobbiamo farci sopraffare dalla vita perché non siamo gli unici ad avere necessità e sentimenti. E qui un ruolo fondamentale è giocato da Kate, moglie di Miles, anch’essa insoddisfatta dalla direzione che la vita di coppia ha preso e che si ritrova innamorata della nuova versione di suo marito, pur essendo ignara che in realtà non è effettivamente chi crede che sia.

Living With Yourself: Sì… ma non troppo

Living With Yourself

La struttura su cui si basa la serie è forte ma, sebbene in alcuni momenti cerchi di portare contenuto sullo schermo, i personaggi di contorno non reggono. Alcune scene e alcuni temi vengono lasciati vagare senza essere esplorati a fondo. Diverse aggiunte alla trama sono inconsistenti e potrebbe sembrare che senza Paul Rudd tutti i fili non riescano a collegarsi.

È proprio Paul Rudd il motivo che spinge ad approcciarsi a Living With Yourself. La sua interpretazione ha dell’incredibile: episodio dopo episodio non sembra neanche di vedere lo stesso attore che interpreta le due versioni, tanto queste sono dissimili. E come non menzionare la sequenza di azioni delle scene dei due combattimenti principali, nel primo e nell’ultimo episodio.

Un ultimo appunto, che più che appunto è un suggerimento, è quello di guardare la serie in lingua originale – magari con i sottotitoli se non si è familiari con l’inglese. Personalmente ritengo si apprezzi di più e si riesca a cogliere al meglio la nota interpretativa di Paul Rudd, ma anche l’accento di Kate, interpretata dalla comica irlandese Aisling Bea. O almeno – se magari tutto questo non vi interessa – solo per sentir dire “credenza“, fidatevi.

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