La volta buona, recensione del film firmato Vincenzo Marra

Ottobre 16, 2019 di Marco Chiaretti

Il film presentato in Alice nelle città, in occasione della Festa del Cinema di Roma – che partirà ufficialmente domani 17 ottobre – è La volta buona, ultima fatica di Vincenzo Marra.

Buoni i presupposti ma…

I presupposti per un buon film c’erano tutti: la storia narra le vicende di Bartolomeo, un talent scout calcistico in piena crisi economica che cerca in tutti i modi di risollevarsi. Quando, ormai disperato con più nulla da perdere, atterra in Uruguay e conosce Pablo, un ragazzino pieno di talento ma con un difetto fisico a cui non può astenersi, la sua vita cambierà per sempre. Ed è qui che il film poteva prendere una piega interessante, da ogni punto di vista. Registicamente parlando, Marra si perde in inquadrature inutili, facendo completamente fallire il “tentativo autoriale” della messa in scena. La pellicola è monotona: la fine de La volta buona sembra una meta irraggiungibile. Insomma, l’idea poteva essere sviluppata meglio.

Una pellicola (tristemente) italiana

Il prodotto risulta tristemente scontato per via di alcune prove attoriali – riguardo specialmente le parti interpretate da Massimo Ghini e Francesco Montanari, il quale riveste il ruolo del magnate finto borghese gestore di una società di calcio; nel cast figura anche un discreto Max Tortora, amico di Ghini.

Lo stereotipo del fallito di periferia, il vizio del gioco, le sigarette, i debiti e le bugie: è questo lo schema fisso che il cinema italiano degli ultimi anni tende a raccontare. Funziona, o meglio, funzionava: c’è urgente bisogno di rinnovamento dal punto di vista stilistico e di una svolta, meccanismo anacronistico vittima di modelli stantii. Rimane evidente che il regista cerca in tutti i modi di commuovere lo spettatore, fallendo completamente. Il destino di una pellicola come questa è che finirà come tutte le altre, nel dimenticatoio.

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