Festa del Cinema di Roma, Martin Scorsese: Il regista tra The Irishman, Netflix e personaggi femminili

Ottobre 22, 2019 di Thomas Cardinali

Martin Scorsese disponibile, ma anche con la risposta pronta quando serve durante la conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma dove presenta il suo ultimo epico “The Irishman”.

Martin Scorsese torna alla Festa del Cinema di Roma esattamente 364 giorni dopo aver ritirato il Premio alla Carriera. Lo fa per presentare il suo progetto più ambizioso, quel “The Irishman” (la nostra recensione) per cui ha dovuto raggiungere un “compromesso storico” con Netflix per racimolare i 160 milioni di dollari che ne fanno il suo film più costoso in assoluto. Nella trasposizione del romanzo inchiesta di Charles Bartrandt  ritrova vecchi amici come Robert De Niro e Joe Pesci, ma realizza al contempo il sogno di lavorare con una leggenda come Al Pacino. Nel corso della nostra chiacchierata con lui ha toccato molti temi, rispondendo mai in modo banale e dimostrando ancora una volta perché è un maestro di cinema che è riuscito ad attraversa più generazioni. Dall’eterno conflitto tra sala e streaming fino alle immancabili polemiche su Marvel e personaggi femminili poco presenti ecco quanto ha dichiarato Martin Scorsese, che nell’incontro è stato accompagnato dalla produttrice del film Emma Tillinger.

Il film ci immerge in un mondo che lei ha spesso frequentato, ma la grande novità è il punto di vista. Può raccontarci questa scelta?
Martin Scorsese: “Robert De Niro e io avevamo scelto di fare un altro film insieme dopo il Casino del 1995. Non ci siamo riusciti per tutti questi anni perché non avevamo mai trovato il personaggio giusto, poi Bob ha ricevuto questo libro e mi ha detto di dargli un’occhiata. Nel descrivere Frank si è molto emozionato ed era davvero coinvolto, ho sentito questa emozione ed è stato sufficiente a capire che c’era qualcosa di speciale in questa storia. Fare questo film insieme ci ha riportato al periodo di “Quei Bravi Ragazzi” e “Casinò”, ho sentito dalla sua reazione che dovevamo però metterci qualcosa in più. Il film è stato ritardato per diversi anni, poi man mano che passavano abbiamo capito che avremmo dovuto raccontare la vita di Frank attraverso le cose più importanti: lo scorrere del tempo, l’ amore, il rimorso e, soprattutto, la mortalità che arriva per tutti noi. Per questo è universale. Dopo la lettura del libro sul set non abbiamo dovuto parlare molto, perché quando ho chiamato Steven Zaillian (lo sceneggiatore ndr) ho subito spiegato cosa volevamo raccontare e lui lo ha subito compreso. Era  importante per noi sì raccontare i fatti storici, ma soprattutto far passare lo stato d’animo introspettivo di Frank. Lui è alla fine, è stato lasciato solo e in quel momento sta rivivendo tutta la sua vita. Ci siamo sentiti a nostro agio sul testo della trasposizione e anche Bob vedeva le cose allo stesso modo. Doveva essere il racconto  del percorso di una vita in ogni suo aspetto, questo è l’approccio che abbiamo scelto”.
Emma questo film sembra la naturale prosecuzione del percorso di collaborazione tra Martin Scorsese e Robert De Niro. Perché avete ritenuto che questo film fosse rilevante in questo particolare momento e di produrlo dopo tanti anni dalla loro ultima volta insieme?
Emma Tillinger: “Penso che i temi che sono affrontati nel film abbiano una rilevanza oggi. Era un progetto perfetto per rimetterli di nuovo insieme, entrambi si sono appassionati al libro. Le tematiche che sono all’interno rendono la storia universale”.
Martin Scorsese: “Un film non deve essere ambientato in un contesto contemporaneo per essere considerato tale. Sono i conflitti morali e la condizione umana a renderlo contemporaneo. The Irishman è ambientato nel passato, ma l’esperienza umana che provano i protagonisti  è sempre quella anche oggi. Alcuni aspetti di quest’uomo possono parlare a noi, sia quelli morali che immorali”.
Il film parla molto dello scorrere tempo, della fine della vita. C’è un aspetto malinconico, ma anche religioso sotto certi aspetti dato che i protagonisti pregano non trova?
Martin Scorsese: “Certamente c’è un aspetto religioso, anche se stiamo parlando di condizione umana. C’è una contemplazione nel film di quello che noi trattiamo nella storia. C’è la malinconia in Frank, perché la famiglia lo ha lasciato solo. Allo stesso modo però tutto quel conflitto appartiene al passato e nessuno se ne ricorda. La malinconia è nell’accettazione che la morte è parte della vita. Dobbiamo accettarlo. Noi ora stiamo parlando dal punto di vista di una società in tempo di pace, ma dobbiamo  accettare la fine della vita esattamente come accadde per loro”.
In questo film per la prima volta non c’è neanche un attimo in cui questi “cattivi” diventino eroi e provochino fascinazione positiva nel pubblico.
Martin Scorsese: “C’era qualcosa che ho sentito nel libro essendo cresciuto in quella zona di New York. Ho sentito il potere emanato da questi personaggi, tutto questo enfatizzava l’aspetto drammatico della vicenda. Non c’era più bisogno di esaltare il personaggio criminale come avevano fatto film come Scarface, qui cercavo qualcosa di diverso. Il pubblico chiedeva che il gangster cadesse per una reazione catartica. In quell’epoca erano famosi i gangster e i western diversi.  In The Irishman è tutto nel passato che ci mostra decisioni già prese. Le emozioni ci sono, ma nel film non abbiamo mai pensato di rendere la storia spettacolare perché il vero spettacolo era inferiore”.
Al Pacino e De Niro avevano recitato insieme soltanto due volte, ci può parlare del loro lavoro?
Martin Scorsese: “Io e Bob non abbiamo dovuto parlarci molto durante le riprese, ci capiamo al volo e sapevamo già dopo aver letto il libro dove volevamo arrivare. Una volta visto il modo in cui Zaillian ha scritto il ruolo per il grande schermo abbiamo dovuto soltanto seguirlo. Un approccio nudo, che gli permetteva di restare attaccato al personaggio. Il personaggio di Frank sa molte cose, ma altre no e questo lo rende vicino a noi che non sempre possiamo sapere tutto. Non avevo mai lavorato con Al Pacino, nonostante l’ho conosciuto nel 1970. Stavamo per fare un film su Modigliani insieme negli anni ‘80, ma poi non ci siamo riusciti. L’idea che ci fosse Al Pacino ad interpretare Jimmy Hoffa è stata di Bob.  Così tanto di loro è nel film che si sente. Si rispettano e si vogliono bene. Loro hanno un rapporto forte, sentivano che stavano facendo qualcosa di speciale, stavano svelando  qualcosa di unico. Loro erano sempre presenti anche oltre la stanchezza. Oltre agli effetti digital c’è voluto molto tempo per girare il film. Il digitale era una tecnologia sperimentale per poterlo realizzare. Se non avessimo osato questa strada  avremmo dovuto prendere giovani attori, ma non volevo farlo perché volevo fare un film con gli amici. Ad Hollywood non c’erano abbastanza soldi e alla fine si è presentata Netflix che ha deciso di finanziare tutto e tutto il tempo con libertà creativa completa con oltre sei mesi di post produzione in CGI. Ero in ritardo su tutto, ma me li sono presi tutti questi sei mesi in più”
Lei ha sempre difeso l’importanza delle sale, ma ora ha ceduto a Netflix. Dobbiamo vederla come un’apertura?
Martin Scorsese: “Per vedere un film sullo schermo prima qualcuno deve avere il modo di poterlo fare. I ragazzini si guardano i film sull’iPad, sullo smartphone in tanti modi. Il problema é che i film che ho avuto la fortuna di fare una volta erano finanziati grazie alla presenza delle star, ma non si possono più fare nello stesso modo. Se avessi avuto 30 anni di meno non avrei potuto fare i miei film al giorno d’oggi. Ho lavorato in condizioni difficili, ma io e Bob sentivamo che potevamo sintetizzare qualcosa in questo lavoro. Nessuno voleva darci soldi, a quel punto è arrivato Netflix che ha pagato tutto permettendomi al contempo di avere libertà creativa totale. Lo scambio per questo finanziamento da 160 milioni era mandarlo in streaming anche mentre era in sala. Mi è sembrato un buon compromesso. Spesso alcuni dei miei film come “Re per una notte” sono usciti dalle sale dopo due settimane, mentre in questo caso The Irishman potrà rimanere nelle sale anche dopo l’uscita in streaming. L’unico modo di permettere di vedere un film un film è farlo. I contesti di visione cambiano, ma alla fine dei conti se ci pensate un autore non ha il pieno controllo del modo in cui un film viene visto. Quanti vedono il film al pc? Quello che é nuovo al giorno d’oggi sono le possibilità del cinema e non sappiamo come cambieranno ulteriormente in futuro. Il film è sempre meglio vederlo al cinema, ma prima bisogna avere il modo farlo. Spero che i cinema continuano a sostenere la narrazione di film come questo, come quelli che fa  Wes Anderson che è stato con voi negli scorsi giorni. Oggi le sale cercano i parchi di divertimento, i film tratti dai fumetti. Il vero problema è che questi non devono essere scambiati per  il cinema come credono i giovani. Bisogna smettere di pensare al cinema in modo rigido”.
Come mai i protagonisti della sua filmografia spesso  sono maschili?
Martin Scorsese: “Non è vero, non è neppure un punto di discussione valido. Mi riporta al 1970. È una domanda che mi hanno fatto così tante volte, ma mi chiedo se devo davvero per forza metterle? Se la storia richiede un personaggio femminile lo metto. Voi mi fate questa domanda, ma probabilmente non avete visto “L’etá dell’innocenza”, “Alice non abita più qui”. Quelli però non contano. Dimentichiamoli. Ho 76 anni e non ho più tempo di pensare a queste cose, racconto le storie che ho voglia di raccontare perché non so quanto tempo avrò ancora per farlo”.
C’è una scena vicina alla fine del film quando ci rendiamo conto che l’infermiera non sa chi fosse stato Jimmy Hoffa. C’è una critica alla società di oggi?
Martin Scorsese: “Anche se vorresti che la gente ricordasse qualcosa non lo farà comunque nel modo in cui vuoi tu, questo perché non ha vissuto quell’esperienza in prima persona. Non c’è alcun modo che io comprenda come potesse essere la vita senza televisione ad esempio, questo  perché non ho vissuto nel passato. Ora i bambini percepiscono la realtà in modo diverso rispetto a quando noi stessi eravamo bambini. Tutto cambia. Come impareranno cos’è stata la seconda guerra mondiale? Il Vietnam? Afghanistan? Lo percepiscono a pezzetti secondo quello che arriva loro. Il fatto che Hoffa sia diventato rapidamente uno sconosciuto è triste, è stato un personaggio discutibile ma molto importante per il sindacato e la storia americana. Aveva in mente un piano di revisione del sistema carcerario dal punto di vista sindacale molto importante ed era una persona famosa. Molti lo consideravano speciale tra i lavoratori, ma il tempo lo ha spazzato via. I sindacati sono scomparsi oggi. Per quanto i miei genitori potessero raccontarmi della depressione io non ho vissuto quell’esperienza.
Siamo indubbiamente fortunati per questo, ma non potremo mai vivere quell’esperienza e nessuno saprà mai chi era davvero Hoffa. Questo è il senso della malinconia nel film”.
Lei ha sviluppato in tutta la sua carriera un’esperienza incredibile sia con i grandi studios che come filmaker indipendente. Questo è un film fatto per lei, ma allo stesso tempo per un grande studio come Netflix. Lei come lo considera tra i due tipi?
Martin Scorsese: “Penso che lo abbiamo fatto per noi stessi. Netflix ha dato il sostegno a noi, questa è la grande differenza rispetto magari al passato. Hanno dato sostegno a dei cineasti. Senza di loro non si sarebbe fatto, ma non è un qualcosa che è stato commissionato da loro e questo fa la differenza”
Come avete lavorato fisicamente sugli attori con il CGI sui loro volti per ringiovanirli e quali sono i limiti futuri di questa tecnologia? Rischiamo che Greta Garbo (nel poster della Festa del cinema ndr) e Leonardo DiCaprio recitino insieme?
Martin Scorsese: “Forse, questo è possibile. L’esperimento in questo film eravamo noi stessi perché nessuno aveva mai utilizzato così la CGI. La tecnologia è migliorata settimana dopo settimana e abbiamo rifatto anche alcune scene fatte all’inizio. Il modo in cui abbiamo messo insieme tutto è stato qualcosa di mistico. Abbiamo visto il film completo solo sei settimane fa, ma posso dirvi che sul set la macchina da presa era la solita. Eravamo consapevoli che qualcuno stava lavorando per ringiovanirli, ma non era il nostro pensiero mentre giravamo. Pensavamo di mettere un casco all’inizio, ma poi ci hanno fatto vedere com’era effettivamente la tecnologia e siamo rimasti stupiti. Abbiamo fatto i test e all’inizio non era perfetto, ma abbiamo capito che potevamo solo migliorare e lo abbiamo fatto”.
Emma Tillinger: “Abbiamo testato questa tecnologia subito dopo aver finito Silence. Con Martin abbiamo chiamato Bob e rifatto una scena di “Quei bravi ragazzi” e la trasformazione, seppur solo al 30% perché per l’appunto era un test,  era impressionante. È una procedura molto complessa, ma quando stavamo girando il film non lo abbiamo fatto con queste tecnologie. Da quel momento sono passati quattro anni e i tecnici hanno lavorato tantissimo per rendere possibile quello che ci sembrava impossibile”.

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