438 Days : due giornalisti contro il business del petrolio /Recensione

Ottobre 23, 2019 di Roberto Leofrigio

438 Days

438 Days ,diretto dal regista svedese Jesper Ganslandt e presentato alla XIV Edizione della Festa del Cinema di Roma (titolo originale “438 Dagar”), racconta la storia vera di due suoi connazionali, il giornalista Martin Schibbye ed il fotografo Johan Persson che nel 2011 hanno attraversato il confine tra Somalia ed Etiopia con l’obiettivo di fare un reportage sulle dinamiche del commercio del petrolio dove era coinvolta la compagnia svedese Lundin Petroleum e il ministro degli esteri svedesi Carl Bildt, che prima di diventarlo aveva intrattenuto affari pochi chiari con il governo Etiope come dirigente della compagnia.

I due giornalisti dopo essere entrati in modo illegale nell’Ogaden con i combattenti dell’OLF ,vennero catturati dall’esercito Etiope durante uno scontro e in seguito processati e condannati a ben 11 anni di prigione per terrorismo. Il film racconta la vera storia dei due giornalisti che grazie alla diplomazia silenziosa (ma inefficace) del governo svedese, in realtà lottarono per la giustizia e la libertà di stampa, portando anche a conoscenza dell’inumane condizioni del carcere dove erano imprigionati e degli abusi del regime etiopico.

438 Days

 

Splendidamente interpretato da  Gustaf Skarsgård ( molto noto al pubblico per essere il Floki della serie tv Vikings),  e Matias Varela (Narcos, I Borgia, Point Break,) con la sceneggiatura dell’ italo-svedese Peter Birro, è uno splendido prodotto, che nulla ha da invidiare a blasonate produzioni americane. Una pellicola che illumina un paese in guerra fino a poco tempo fa, e che proprio recentemente ha visto assegnare il premio nobel per la pace al suo nuovo premier, per aver finalmente messo la parola  fine alla guerra con la confinante eritrea che durava da troppo tempo.

Ma senza dubbio il film di Ganslandt e la storia dei suoi due giornalisti , fa subito pensare anche alla tragica fine della nostra Ilaria Alpi e e Miriam Hrovatin, cui permane il “mistero” della loro esecuzione, dopo aver scoperto i loschi affari della cooperazione italiana con la Somalia.

438 Days

Dal punto di vista cinematografico la pellicola ricostruisce in dettaglio la vicenda dei due giornalisti svedesi, e lo scopo del regista non era solo quello di mostrarci la storia di due persone che alla fine divengono grandi amici, ma anche quella della forza del giornalismo in tutto il mondo, che ha cercato di aiutare, a dispetto del governo svedese, i due sfortunati. I quali reclusi  all’interno del terribile carcere (ma lo sono tutti ancora oggi in Etiopia), dove senza celle, ma letteralmente in una gigantesca baraccopoli convivono tutti, circondati da filo spinato, perfino i campi dei nazisti erano organizzati meglio. Sarà all’interno di questo inferno che i due giornalisti scopriranno la realtà del regime etiope, dove incontreranno persone imprigionate per motivi politici, solo per un vago sospetto, o condannate per piccoli furti da anni ed anni, fino a morire nel carcere privo di qualsiasi struttura sanitaria e con condizioni igieniche a dir poco spaventose. Fa veramente da riflettere la forza di volontà dei due giornalisti svedesi, ben rappresentati da due attori, che alla fine accetteranno ogni compromesso pur di uscire dal carcere, dopo aver ricevuto l’ingiusta condanna di 11 anni per terrorismo, ma che in  realtà sarà grazie ad altri e non certo per merito del loro governo che riceveranno anche il giusto riconoscimento, grazie ad un video che mostrerà come le loro confessioni siano state estorte.

438 Days

La forza della pellicola si sprigiona nel rapporto tra Martin e Johan, che riusciranno nell’incredibile impresa di resistere per ben 438 giorni allo stato di prigionia, e alla fine il loro ritorno a casa sarà segnato anche dalla forza  con la quale i due a modo loro hanno difeso la professione del giornalista, quello vero aggiungiamo noi, che a rischio della propria vita e spesso perdendola, vuole portare la verità ai suoi lettori e al mondo . Una grande lezione  che ci arriva da una nazione da sempre celebrata per la sua avanzata democrazia, ma che in realtà ai suoi vertici, come tutti i paesi del mondo, è dominata solo da interessi economici a discapito della popolazione,  certamente una lezione molto diversa dalle tante pellicole, per far un paragone con il nostro paese, che vogliono mostrarci il disagio dei migranti, mentre il regista svedese prendendo questa storia ce ne mostra le cause, un paese ricco di petrolio, dove tutti vivono in povertà… Una lezione di cinema e una di  vita che ci conviene consegnata grazie Martin e Johan che hanno rischiato la loro vita e la loro libertà per raccontarci una nazione lontana come l’Etiopia. E se proprio recentemente il nuovo premier di quel paese è riuscito ad ottenere il nobel della pace  per aver finalmente fermato una guerra endemica ed ha liberato tanti prigionieri politici, lo si deve in piccola parte al clamore che suscitò questa vicenda, che impedì in seguito alla compagnia svedese di proseguire con lo sfruttamento petrolifero nel paese a danni della popolazione locale.  Del resto ferisce sempre più la penna che la spada.

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